Consacrare il cibo

L’etimologia, a volte, spiega tutto: la parola sacrificio, ad esempio, è composta da sacrum e facere e il suo significato originario è appunto quello di rendere sacro qualcosa che non lo era, di consacrarlo. Sacrificare, di conseguenza, non significa affatto rinunciare, perdere ma, anzi, elevarlo, sottraendolo dalla sfera quotidiana per portarlo a una più elevata.

Per questo il sacrificio primigenio si riferisce al cibo, vale a dire a ciò che, prodotto dall’attività umana, viene consumato nel modo più definitivo, cessa di esistere per diventare letteralmente parte di noi. L’atto del mangiare assume così, di per sé, la valenza più radicalmente trascendente: nelle tre fasi della preparazione, dell’assunzione e della digestione, si compiono le fasi di nascita, morte e rinascita. Proprio per questo, la pratica sacrificale assume tre possibili valenze, che possono spesso essere presenti insieme.

La prima, e forse la più antica, è quella riparatoria: consacrando ciò che stiamo per mangiare alle potenze superiori, ristabiliamo l’alleanza che presiede alle nostre esistenze; per intendersi, rientrano in questa categoria i rituali dei cacciatori che chiedono perdono al totem dell’animale ucciso prima di cibarsene. Poi c’è la valenza propiziatoria: con il sacrificio, acquisiamo il favore degli dèi per il nostro avvenire, operando una sorta di investimento nel quale doniamo qualcosa (la primizia del raccolto, una parte dell’animale) per propiziare una maggior resa futura (la ricchezza dei raccolti, la moltitudine degli armenti); rientrano in questa tipologia, in fondo, anche i “sacrifici” intesi nel senso corrente, sia in termini religiosi (rinuncio a un piacere per acquisire meriti verso la felicità eterna) sia in senso civile o pratico (rinuncio al mio interesse per un bene più grande, sia esso la patria, la famiglia, una causa o un’azienda). Infine, esiste una valenza di rito fondativo: attraverso la celebrazione sacrificale, l’oggetto sacrificato viene sottratto alla dimensione pratica, ordinaria e riportato a una più elevata, in cui il consumo dell’oggetto sacrificale assume un nuovo significato; un esempio noto sono i continui sacrifici di buoi citati da Senofonte nell’Anabasi, con cui i greci, allo stesso tempo, celebravano un rito e si facevano delle gran grigliate. Quest’ultima forma, in particolare, trova riscontro nelle nostre pratiche quotidiane, quando riserviamo una certa cura alla tavola e trasformiamo il momento del pasto in una funzione conviviale, nella quale il bisogno di nutrirsi viene trasfigurato in una forma fondamentale della socialità, in parallelo all’evoluzione di quello che abbiamo nel piatto, da mero alimento che soddisfa una necessità biologica a piacere del gusto.

La pratica sacrificale, insomma, funziona per stratificazioni: il mero oggetto quotidiano viene, per così dire, ricoperto di una patina di significato che lo trasfigura e che spesso viene anche resa esplicita da nastri e altri ornamenti sull’oggetto del sacrificio o da paramenti di altro tipo – in fondo è quello che facciamo anche noi quando apparecchiamo la tavola. Allo stesso modo, il processo di raffinazione del gusto si accumula a misura che si evolvono le nostre condizioni materiali e i bisogni che siamo abituati a soddisfare: come diceva Karl Marx, “la fame è fame, ma la fame che si soddisfa si soddisfa con carne cotta, mangiata con coltello e forchetta è diversa da quella che si soddisfa divorando carne cruda con le mani, le unghie e i denti”.

Un buon esempio di questa stratificazione è uno straordinario Testun al barolo: il latte d’alpeggio diventa formaggio e viene stagionato in barrique con vinacce di Nebbiolo da Barolo. Da questa straordinaria convergenza di pratiche e saperi raffinati in secoli di esperienza e di ricerca, nasce una straordinaria ricchezza di sapori e profumi, che si distillano in una presenza imponente, che riempie il naso e il palato. A questa ricchezza, potente e armoniosa, fa riscontro un bicchiere di un grande rosso, capace di accompagnarne ed esaltarne l’impatto e la persistenza: come un gioco di specchi, gli incontri e gli incroci si moltiplicano, si citano e si rimandano. Se la pratica del sacrificio consiste nella trasfigurazione di un oggetto nel suo passaggio da una dimensione all’altra, nell’allestimento di un convivio tra gli uomini e gli dèi, questo formaggio è, di per sé, un oggetto consacrato.

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