Di cosa parliamo quando parliamo di cibo

Cibarie, ricette, sapori tradizionali e sperimentazioni di ogni genere, letteralmente in tutte le salse. E poi gli aspetti nutrizionali, le diete, il rapporto tra cibo e medicina, per non parlare delle questioni ambientali, di quelle etiche e, infine, dell’economia di quello che mangiamo: sembra quasi impossibile affrontare il tema della tavola e dei suoi piaceri senza ricadere in una delle mille e mille categorie che si affollano in ogni schermo, pagina stampata, conversazione.

Il bello è che tutto questo parlare di cibo non lascia, alla fine, un gran sapore in bocca. Credo che ciò sia dovuto a due fattori. Da una parte, si tende a usare la cucina, e tutti i suoi contorni, come pretesto per parlare d’altro: la tavola occupa un po’ il posto che qualche anno fa toccava alle signorine discinte, messe lì per far figura e attrarre gli sguardi, ma quello che conta è, alla fine, da un’altra parte. Si tratti di promuovere una destinazione turistica, uno scrittore, un’azienda o, al limite, un cuoco, sembra inevitabile che, prima o poi, si finisca per mettersi a tavola e per farlo, spesso, in modo forzato, innaturale e, francamente, poco interessante. Dall’altra, si parla di cibaria con un certo sussiego, con gli intenditori, i professionisti e i diversi sacerdoti che “spiegano” perché la tal cosa è buona, e guai a chi “non la capisce”.

Ecco, a me piacerebbe riuscire a mettere nel piatto ciò che deve davvero esserci: il piacere, la curiosità, la condivisione. Mi piacerebbe partire dall’atto del mangiare: un atto che, a pensarci bene, è complicato, quasi paradossale. Infatti, cibarsi di qualcosa è un atto straordinariamente intimo: introduco il cibo dentro di me e lo consumo, facendolo diventare parte di me e provando, con ciò, degli stimoli e delle sensazioni che non si possono provare senza quest’atto, così personale, così ravvicinato. Il gusto e l’olfatto sono i sensi della massima prossimità, quelli che ci mettono più a nudo. Infatti, posso tranquillamente guardare o ascoltare qualcosa standomene al coperto, posso persino toccarla con tutta una serie di cautele e protezioni, ma per assaggiarla devi annullare ogni distanza, correre il rischio di avvelenarmi, sentirmi male o, almeno, disgustarmi. Al tempo stesso, mangiare è un atto sociale, che richiede compagnia, in ogni tempo e in ogni cultura. Si mangia in compagnia, parlando di tutto e godendo, insieme a quello del cibo, del piacere della condivisione, si parla più liberamente, si rinsaldano i legami. Il filo conduttore che unisce questi due aspetti è la sincerità: il cibo non mente quando lo assaggio e la tavola è un luogo in cui si parla apertamente, senza recitare una parte. C’è chi lo fa,certo, ma è sempre il primo a perderci.

Mi piacerebbe parlare delle varie delizie che si trovano qui in questo modo: sempre a partire da un’esperienza personale, che non ha particolare valore perché è mia, ma solo perché ogni volta che mangiamo qualcosa siamo noi stessi, ci mettiamo a nudo. Non ci saranno degustazioni ad alto valore tecnico, ma semplicemente il racconto di quello che si è mangiato, di quanto ci è piaciuto, di come è fatto. Magari, visto che a tavola è bello parlare, si parlerà anche d’altro, per condire e insaporire ulteriormente quello che c’è nel piatto. Il bello, come sempre, è parlarne insieme, condividere i sapori e dire la propria.

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